sabato 21 ottobre 2017

S'è impiccata la mamma

si alza in silenzio
la mamma assonnata
un bacio d’addio
al figlio che dorme

bacia il marito
che schiude gli occhi
lei si allontana
e chiude le porte

all’interno del bagno
sfila la corda
accappatoio verde
appeso alla porta

annoda d’un capo
al tubo di piombo
all’altro lo scorsoio
è già pronto

stringe il collo
contrae lo spasmo
piscia a terra
e tutto di fianco

è silenzio

si alza l’amore
della sua vita
non sente rumore
per lei è finita

entra nel buio
urta qualcosa
è la mamma sua
che penzola sopra

s’è impiccata la mamma

giace sul tavolo
dell’obitorio
è tutto pronto
per il lavoro

le foto son fatte
la festa è finita
la lunga incisione
che spacca la vita

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dalla raccolta "Obitori"
21 Ott 2017

Emigranti


<<Io quando sono qui vorrei essere in America e quando ero in America, tutte le notti sognavo la mia casa. Questa terra bruciata ci perseguita e non ci lascia dormire in capo al mondo. Cosa avevo lasciato qui io? Miseria! Eppure queste brutte strade sporche, queste case, questi orti gli avevo sempre davanti agli occhi. 

Che cosa aveva, dunque, in sé quella terra per conquistare il cuore, per essere ricordata e rimpianta in ogni angolo di mondo, dove si trovano errabondi i suoi figli in cerca di lavoro e di pane? Nessuno l'avrebbe saputo dire, se non forse il cuore. 

In quella terra così varia e pittoresca, piena di contrasti, apparentemente povera e intimamente ricca, saporosa, grave e soave, c'era una certa rispondenza con la vita e l'anima dei suoi abitanti.>>

da Lettere Meridiane: Francesco Bevilacqua
tratto da Emigranti di Francesco Perri

un gregge di capre ai Campi di Bova

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21 Ottobre 2017
Pellaro

mercoledì 18 ottobre 2017

Ognuno di noi è Pino o Quercia, non si può essere entrambi - Frammenti 2.0

Ho vissuto anni in una casa non mia ma sentendola tale ed è così che si cresce, già sapendo che prima o poi te ne dovrai andare, lontano.  Nascere in certi luoghi è una malattia. All’inizio non te ne rendi conto, quando sei ragazzino, i profumi, i colori, il mare, il verde e il giallo delle tue montagne ti entrano dentro, piano piano, e poi lì quando meno te lo aspetti, come un cancro comincia ad eroderti dentro non appena ti allontani. 

Non te ne accorgi subito; la melanconia caratteristica dei calabresi di fine ‘800 così arresi agli eventi del tempo, a quel fatale destino che li vedeva prigionieri della loro terra adesso pervade chi da questa terra deve andare via. 

La mia vita è cambiata così in un lampo, il cane, la nonna, mio fratello, la piccola casa a l’ultimo piano di uno stabile affacciato sullo stretto e poi il campanile della chiesa, il vecchio campo di calcio, il negozio di motorini, la strada principale, un via vai di macchine, moto, biciclette. Mi affacciavo e rivedevo tre bambini rincorrersi con le biciclette Atala, rossa, blu e gialla regalate dal nonno. 
Poi tutto cambia. 

Adesso ho una casa grande il doppio, un gatto, una bici elettrica, mio fratello lontano e mia nonna che non so nemmeno dove sia. E’ cosi la vita, diceva mio nonno: “mi è passata e nemmeno me ne sono accorto”. Poi è morto. E poi si muore. 

Gli uomini sono come gli alberi: ci sono i Pini che hanno radici superficiali, spaccano l’asfalto e creano bozzi, sfasciano e crepano i muri ma se il vento è forte non possono reggere al lungo e cosi si piegano e cadono. Poi ci sono le Querce che non minano l’asfalto e non screpolano i muri ma hanno radici profonde e resistono, resistono, resistono alle tempeste. Li ritrovi lì, rinnovati, magari con qualche foglia in meno ma a casa loro. 

Ognuno di noi è Pino o Quercia, non si può essere entrambi. 
E questa terra bastarda ha bisogno, ingrata e maledetta che ti fa innamorare ma ti rigurgita via, quasi a volersi tenere il peggio, chi gli fa male. Questa terra infame vuole Pini perché li può piegare, inclinare e uccidere, non vuole le Querce. 

Io sono Quercia. 



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18 Ottobre 2017
Pellaro

lunedì 16 ottobre 2017

"Farfalle al Castello" e la fame di cultura di questa città

Reggio ha fame di cultura e quando questa è servita alla città, i reggini se ne cibano. Avidi. 

E’ quanto accaduto con la mostra “Farfalle al Castello” che si è conclusa ieri e ha visto riprodotta, all’interno di una delle torri del Castello Aragonese, una foresta pluviale in miniatura dove tra Ficus e Bromelie svolazzavano centinaia di pregiatissimi lepidotteri provenienti per lo più da Asia e Africa. Cosi da un’idea di due studiosi reggini, due ragazzi reggini, che la fame di cultura e di conoscenza che questa città dimostra attraverso i tantissimi giovani che hanno deciso di mettersi in fila per “conoscere” viene in parte saziata. 

Non è possibile conoscere senza “amare” e dunque l’amore per la natura che deve essere trasmesso alle nuove generazioni di ragazzi che hanno affollato questa mostra deve rappresentare il volano per nuove iniziative che possano coinvolgere e coinvolgerci con entusiasmo fanciullesco. 

Da biologo non ho potuto che apprezzare questa “mostra” che in fin dei conti “mostra” non è stata, perché per la seconda* volta in città è stato dato ampio spazio ad una vera e propria “butterfly house” ma anche e soprattutto viene dato risalto a qualcosa di speciale e meraviglioso come le “farfalle”. Termine poco scientifico ma che racchiude al suo interno un crogiolo di emozioni, costumi, folklore, tradizioni, misticismo e magia ed è di tutto questo che si veniva inondati appena varcata la tenda verde che divideva l’ingresso alla torre dalla farm.
*(mi è stato ricordato dalla mia amica Pia che l'anno scorso questa iniziativa si è tenuta presso il Palazzo della Cultura)

Impossibile non pensare che queste iniziative andrebbero ripetute a ciclo continuo durante tutto l’anno ora con le farfalle ora con i rettili ora con gli anfibi ora con le piante e cosi viva perché aumenti la consapevolezza che la vita si presenta sotto diverse forme, diverse bellezze, diversi colori ma soprattutto si presenta con nomi diversi. Ci vorrebbe una “scuola di nomi” dove venga insegnato a dare un nome a piante e animali perché dare un nome significa riconoscerne il valore e questo rappresentata sicuramente il primo passo da cui muoverci per cominciare a parlare di tutela. 








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16 ottobre 2017
Pellaro

Sentiero Pollia - Delianuova ripristino segnavia

La manutenzione dei segnavia sentieristici è importantissima nell'ottica di una maggiore fruizione della montagna da parte di tutti. Il GEA - Gruppo Escursionisti d'Aspromonte ieri ha ripristinato i segnavia bianco-rossi sul sentiero Pollia - Delianuova.






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17 ottobre 2017
Pellaro

sabato 14 ottobre 2017

Specialista in Microbiologia e Virologia

Era il 13 ottobre 2013 quando con profonda emozione varcavo la porta della Microbiologia del Policlinico di Messina. 
Era il giorno della mia presa di servizio. 

Ieri 13 ottobre 2017 quel percorso lungo 4 anni, costellato da immensi sacrifici, dalle sveglie alle 5 del mattino, degli aliscafi presi di corsa, alle attese del tram sotto la pioggia, al caldo asfissiante delle estati passate in laboratorio, è terminato.
Ho parlato tante volte in pubblico ma ieri mi sono emozionato, mi sono bloccato. Un turbinio di emozioni mi è passato davanti come un treno, tutte in una volta.
Mi porto dietro un bagaglio enorme di emozioni vissute, di ricordi bellissimi e tormenti bruttissimi. 

La specializzazione mi ha regalato tanto, ho imparato moltissimo soprattutto ho capito cosa voglio e devo evitare. Ho imparato come essere ma anche come non essere, ma la cosa più bella di questo percorso è stata Roberta che mi ha sostenuto e incoraggiato, sorretto e aiutato quando ogni cosa sembrava crollare. 
La mia specializzazione è anche merito suo; come lo è di mio padre che mi ha sempre aiutato e incoraggiato in questi anni, di mia madre che nonostante sia lontana ha fatto di tutto per farsi sentire vicina e mio fratello il cui sostegno è stata una forza motrice di questo motore diesel. 

Il pensiero ieri è andato a mia nonna...chissà come sarebbe stata felice.
13 Ottobre 2017 Specialista in Microbiologia e Virologia 70/70 cum laude






14 Ottobre 2017

lunedì 9 ottobre 2017

Escursione Spisone - Taormina - Monte Veneretta

Ho cercato di limitare le emozioni per riuscire a metterle su carta ma quando sei sul monte che sovrasta una delle zone più belle del mondo è difficile, cosi le emozioni si accavallano come le parole e alla fine non esce nulla perché si è talmente pieni che ci s’ingorga, si forma un tappo di lettere, vocali, articoli, aggettivi.

Taormina

Tutte le escursioni dovrebbero essere così. 
Ieri finalmente siamo riusciti a “vivere” l’escursione cosi come deve essere stata concepita dai primi pionieri del cammino. Lenta e viva.
La spiaggia di Spisone con gli scogli frastagliati, la schiuma e le alghe. I colori della mattina, i colori della costa sicula. Saliamo lenti, lungo una piccola gradinata, siamo a pochi metri dal centro di Taormina ma sembra una foresta, dell’uomo pochi segni. Sbuchiamo al campo piano, qui i grandi della terra sono atterrati sui loro elicotteri rumoreggianti a violentare il silenzio che sembra rotto solo dall’infrangersi delle onde sulla battigia.
Siamo a Taormina, ci confondiamo tra i turisti in coda, un cannolo con la ricotta e la granella di pistacchio. Si chiudono gli occhi ma siamo accecati dai sapori e dagli odori. 

Omino di Pietra su Monte Veneretta

Continuiamo su una “via crucis”. Molti turisti, pochissimi italiani. 
Arriviamo in cima ma non siamo stanchi, ridiamo, ci sediamo. Fermiamoci quindici minuti.
Direzione Castelmola ed ecco l’Etna a uno schioppo di dita, sembra si possa toccare, sentire quant’è calda nel ventre, fuma. Gigante.
Saliamo le “scalazze” di Monte Veneretta ognuno con il suo passo, senza fretta, senza corsa, senza ansia. Siamo un gruppo. 
Ci fermiamo, pranziamo e forse per la prima volta è il gruppo a chiedere di “ripartire”.
Monte Veneretta è lì, ci siamo, saliamo, scaliamo, siamo in vetta. Ad accoglierci un omino di pietra, una dischetto della geolocalizzazione e i soliti turisti tedeschi.
Respiro, chiudo gli occhi e li riapro. Mi inondo di odori, il vento trascina gli umori del mare, delle valli sottostati, mi sento vivo. E’ cosi la vita. Orizzonte infinito. La Calabria che gira, la ciminiera di Saline, Pentedattilo, l’Etna, Monte Scuderi, Castelmola, Taormina, Forza d’Agrò e via così senza fine.
Ridiamo, ci coinvolgiamo, scattiamo. Il tempo passa.
E’ già ora di scendere, siamo felici.





guardiamo la vita in faccia

le scalazze di Monte Veneretta 


Credits:
GEA - Gruppo Escursionisti d'Aspromonte
08 Ott 2017

sabato 7 ottobre 2017

Dalla raccolta "Obitori"

Mi accingo a terminare una raccolta di poesie dal titolo: "Obitori".

L'obitorio è un'ambiente angusto, freddo, amaro e lugubre all'interno del quale s'intrecciano storie che non sono storie di morti ma sono storie di vivi. Quel corpo esangue che giace sul freddo acciaio "è stato" o meglio "è "appartenuto in vita a..". Ognuno ha la sua storia e questa raccolta di poesie ne raccolta una piccola parte delle centinaia che ho visto scorrere in questi anni. 

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FORACCHIATO

steso sull’acciaio foracchiato
il corpo umettato 
coperto di brina 
dopo giorni chiuso 
in una cella buia

è li che il tempo 
non è più tempo
occhi grigi senza espressione
guardano il vuoto
trapassano squassano violentano il silenzio

si finisce cosi
toccato, aperto, cucito e lavato
riposto nello zinco

07 Ott 2017


mercoledì 4 ottobre 2017

Scarabei stercorari

La biologia ci insegna che tutto è relativo.
Per questi scarabei [genere Scarabaeus cfr.(semipunctatus?)], ripresi ieri in località Ghorio di Roghudi, una pallina di "cacca" rappresenta una lotteria per il futuro ed ecco perché litigano. 
All'interno vi depongono le uova e le larve che vi nasceranno, al caldo, si svilupperanno e se ne ciberanno. 
Gli scarabei stercorari partecipano attivamente alla dispersione della sostanza organica nell'ambiente. Se non ci fossero vivremmo letteralmente sepolti nel letame.


lunedì 2 ottobre 2017