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giovedì 16 gennaio 2020

Bibliofilia e Bibliomania di Umberto Eco

Cos'è la bibliofilia? Narra la leggenda che Gerberto d'Aurillac, papa Silvestro II, il papa dell'anno mille, divorato dal suo amore per i libri abbia un giorno acquistato un introvabile codice della Farsaglia di Lucano, promettendo in cambio una sfera armillare in cuoio. Gerberto non sapeva che Lucano non aveva potuto terminare il suo poema, perché nel frattempo Nerone lo aveva invitato a tagliarsi le vene. Cosicché ricevette il prezioso manoscritto ma lo trovò incompleto. Ogni buon amatore di libri, dopo aver collazionato il volume appena acquistato, se lo trova incompleto lo restituisce al libraio. Gerberto, per non privarsi almeno di metà del suo tesoro, decise di inviare al suo corrispondente non la sfera intera, ma solo mezza. 
Trovo questa storia mirabile, perché ci dice che cosa sia la bibliofilia. Gerberto voleva certamente leggere il poema di Lucano - e questo ci dice molto sull'amore per la cultura classica in quei secoli che ci ostiniamo a ritenere oscuri - ma se fosse stato solo così avrebbe richiesto il manoscritto in prestito. No, lui voleva possedere quei fogli, toccarli, forse annusarli ogni giorno, e sentirli cosa propria. E un bibliofilo che, dopo aver toccato e annusato, trova che il libro è monco, che ne manca anche solo il colophon o un foglio di errata, prova la sensazione di un coitus interruptus. 
Certo ci sono bibliofili che collezionano a soggetto e persino leggono i libri che accumulano. Ma per leggere tanti libri basta essere topo di biblioteca. Il bibliofilo, invece, anche se attento al contenuto, vuole l'oggetto, e che possibilmente sia il primo uscito dai torchi dello stampatore. A tal segno che ci sono bibliofili, che io non approvo ma capisco, i quali - avuto un libro intonso - non ne tagliano le pagine per non violare l'oggetto che hanno conquistato. Tagliare le pagine al libro raro sarebbe come, per un collezionista di orologi, spaccare la cassa per vedere il meccanismo. 
L'amatore della lettura, o lo studioso, ama sottolineare i libri contemporanei, anche perché a distanza di anni un certo tipo di sottolineatura, un segno a margine, una variazione tra pennarello nero e pennarello rosso, gli ricorda un'esperienza di lettura. Io possiedo una Philosophie au Moyen Age di Gilson degli anni cinquanta, che mi ha accompagnato dai giorni della tesi di laurea a oggi. La carta di quel periodo era infame, ormai il libro va in briciole appena lo si tocca o si tenta di voltarne le pagine. Se esso fosse per me soltanto strumento di lavoro, non avrei che a comperare una nuova edizione, che si trova a buon mercato. Potei persino impiegare due giorni a risottolineare tutte le parti annotate, riproducendo colori e stile delle mie note, che cambiavano durante gli anni e le riletture. Ma non posso rassegnarmi a perdere quella copia, che con la sua fragile vetustà mi ricorda i miei anni di formazione, e i seguenti, e che è dunque parte dei miei ricordi.
Ci sono i bibliofili e ci sono i bibliomani. Per stabilire una linea di confine tra bibliofilia e bibliomania farò un esempio. Il libro più raro del mondo, nel senso che probabilmente non ne esistono più copie in libera circolazione sul mercato, è anche il primo, ossia la Bibbia di Gutenberg. L'ultima copia circolante è stata venduta nel 1987 ad acquirenti giapponesi per qualcosa come otto miliardi - al cambio di allora. Se ne venisse fuori una prossima copia, non varrebbe otto miliardi, bensì ottanta, o mille. 
Dunque ogni collezionista ha un sogno ricorrente. Trovare una vecchietta novantenne che ha in casa un libro che cerca di vendere, senza sapere di che si tratti, contare le linee, vedere che sono 42 e scoprire che è una Bibbia di Gutenberg, calcolare che alla poveretta restano solo pochi anni di vita e ha bisogno di cure mediche, decidere di sottrarla all'avidità di un libraio disonesto che probabilmente le darebbe qualche migliaio di euro (e lei ne sarebbe già felicissima), offrirle centomila euro con cui essa si rimpannuccerebbe estasiata sino alla morte, e mettersi in casa un tesoro. 
Dopo di che, cosa accadrebbe? Un bibliomane, terrebbe la copia segretamente per se, e guai a mostrarla perché solo a parlarne si mobiliterebbero i ladri di mezzo mondo, e dunque dovrebbe sfogliarsela da solo alla sera, come Paperone che fa il bagno nei suoi dollari. Un bibliofilo, invece, vorrebbe che tutti vedessero questa meraviglia. Allora scriverebbe al sindaco della sua città, gli chiederebbe di ospitarla nel salone principale della biblioteca comunale, pagando con fondi pubblici tutte le enormi spese di assicurazione e sorveglianza, e consentendogli il privilegio di andarla a vedere ogni volta che desidera, e senza fare la coda. Ma che piacere sarebbe quello di possedere l'oggetto più raro del mondo senza potersi alzare alle tre di notte e andarlo a sfogliare? Ecco il dramma: avere la Bibbia di Gutenberg sarebbe come non averla. E allora perché sognare quella utopica vecchietta? Ebbene, il bibliofilo la sogna sempre, come se fosse un bibliomane.
C'è poi la biblioclastia. Ci sono tre forme di biblioclastia, la biblioclastia fondamentalista, quella per incuria e quella per interesse. Il biblioclasta fondamentalista non odia i libri come oggetto, ne teme il contenuto e non vuole che altri li legga. E' il caso dei roghi o dell'incendio della biblioteca di Alessandria che (secondo una leggenda che ormai è considerata falsa) fu messa fuoco da un califfo seguendo il principio che o tutti quei libri dicevano la stessa cosa del Corano e allora erano inutili, o dicevano cose diverse e allora erano dannosi. 
La biblioclastia per incuria è quella di tante biblioteche italiane, così povere e così poco curate, che non di rado diventano luoghi di distruzione del libro; perché c'è un modo di distruggere i libri lasciandoli deperire o facendoli scomparire in penetrali inaccessibili. 
Il biblioclasta per interesse distrugge i libri perché vendendoli a pezzi ne ricava molto più che vendendoli interi. Quanto conviene sfasciare un libro completo? In un catalogo su Internet trovo che una mappa tratta da una delle prime edizioni della Cosmographia di Sebastian Münster (1570) viene offerta a 1200 euro. 
Ora la Cosmographia ha una quarantina di vedute di città a doppia pagina, 14 carte geografiche a doppia pagina, più una novantina di legni nel testo. Senza calcolare che i prezzi possono variare a seconda se la mappa o veduta è a pagina semplice, doppia, e ripiegata più volte, e che si vendono persino le pagine coi piccoli legni nel testo, voliamo basso e, fissando una media di mille euro solo per ogni mappa o veduta a doppia pagina, raggiungiamo la cifra di 50.000 euro circa. Ora vedo su cataloghi recenti che un Münster completo può valere anche 30.000 euro, ma se si è fortunati non è impossibile averne una copia decente per 20.000 euro. 
Dunque, se si sfasciasse oggi una Cosmographia 1570, spendendo 20.000 euro se ne incasserebbero 50.000. Conviene, no? Naturalmente la copia completa che apparirà successivamente sul mercato, diventata più rara, costerà il doppio, e il doppio costeranno le tavole sciolte. Così in un colpo solo si distruggono opere di incommensurabile valore, si costringono i collezionisti a sacrifici insostenibili, e si accresce il prezzo delle tavole singole. 
Il bibliofilo raccoglie libri per avere una biblioteca. Una biblioteca non è una somma di libri, è un organismo vivente con una vita autonoma. Una biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro. Mi spiego. Credo che sia capitato a tutti coloro che hanno in casa un numero abbastanza alto di libri di vivere per anni con il rimorso di non averne letti alcuni, che per anni ci hanno fissato dagli scaffali come a ricordarci il nostro peccato di omissione. A maggior ragione accade con una biblioteca di libri rari, che talora sono scritti in latino o addirittura in lingue ignote, e inoltre un libro antico bellissimo come oggetto, e con belle immagini, può essere anche noiosissimo. 
Però ogni tanto accade che un giorno prendiamo in mano uno di questi libri trascurati, incominciamo a leggiucchiarlo, e ci accorgiamo che sapevamo già tutto quel che diceva. Questo singolare fenomeno, di cui molti potranno testimoniare, ha solo tre spiegazioni ragionevoli. La prima è che, avendo nel corso degli anni toccato varie volte quel libro, per spostarlo, spolverarlo, anche soltanto per scostarlo onde poterne afferrare un altro, qualcosa del suo sapere si è trasmesso, attraverso i nostri polpastrelli, al nostro cervello, e noi lo abbiamo letto tattilmente, come se fosse in alfabeto Braille. Io non credo ai fenomeni paranormali, ma in questo caso il fenomeno è normalissimo, certificato dall'esperienza quotidiana. 
La seconda spiegazione è che non è vero che quel libro non lo abbiamo letto: ogni volta che lo si spostava vi si gettava uno sguardo, si apriva qualche pagina a caso, qualcosa nella grafica, nella consistenza della carta, nei colori, parlava di un'epoca, di un ambiente. E così, poco per volta, di quel libro se ne è assorbita gran parte. 
La terza spiegazione è che mentre gli anni passavano leggevamo altri libri in cui si parlava anche di quello, così che senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove). 
In verità credo che siano vere tutte e tre le spiegazioni. Tutti questi elementi messi insieme "quagliano" miracolosamente e concorrono tutti insieme a renderci familiari quelle pagine che, legalmente parlando, non abbiamo mai letto. 
Naturalmente il bibliofilo, anche chi colleziona libri contemporanei, è esposto all'insidia dell'imbecille che ti entra in casa, vede tutti quegli scaffali, e pronuncia: "Quanti libri! Li ha letti tutti?" L'esperienza quotidiana ci dice che questa domanda viene fatta anche da persone dal quoziente intellettivo più che soddisfacente. Di fronte a questo oltraggio esistono, a mia scienza, tre risposte standard. La prima blocca il visitatore e interrompe ogni rapporto, ed è: "Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?" Essa però gratifica l'importuno solleticando il suo senso di superiorità e non vedo perché si debba rendergli questo favore. 
La seconda risposta piomba l'importuno in uno stato d'inferiorità, e suona: "Di più, signore, molti di più!" La terza è una variazione della seconda e la uso quando voglio che il visitatore cada in preda a doloroso stupore. "No, " gli dico, "quelli che ho già letto li tengo all'università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima. " Visto che la mia biblioteca conta cinquantamila volumi, l'infelice cerca soltanto di anticipare il momento del commiato, adducendo improvvisi impegni. 
Quello che l'infelice non sa è che la biblioteca non è solo il luogo della tua memoria, dove conservi quel che hai letto, ma il luogo della memoria universale, dove un giorno, nel momento fatale, potrai trovare quelli altri hanno letto prima di te. È un repositorio dove al limite tutto si confonde e genera una vertigine, un cocktail della memoria dotta. Ecco il contenuto virtuale di una biblioteca: 
"Monsieurs les anglais, je me suis couché de bonne heure. Tu quoque, alea! Licht, mehr Licht ber alles. Qui si fa l'Italia o si uccide un uomo morto. Soldato che scappa, arrestati sei bello. Fratelli d'Italia, ancora uno sforzo. L'aratro che traccia il solco è buono per un'altra volta. L'Italia è fatta ma non s'arrende. Ben venga maggio, combatteremo all'ombra. Tre donne intorno al cor e senza vento. L'albero a cui tendevi la nebbia agli irti colli. Dall'Alpi alle Piramidi andò in guerra e mise l'elmo. Fresche le mie parole nella sera pei quei quattro scherzucci da dozzina. Sempre libera sull'ali dorate. Guido io vorrei che al ciel si scoloraro. Conobbi il tremolar, l'arme, gli amori. Fresca e chiara è la notte, e il capitano. M'illumino, pio bove. Alle cinque della sera mi ritrovai per una selva oscura. Settembre, andiamo dove fioriscono i limoni. Sparse le trecce morbide, una spronata, uno sfaglio: questi sono i cadetti di Guascogna. Tintarella di luna, dimmi che fai. Contessa, cos'è mai la vita: tre civette sul comò".

dal sito: http://www.alai.it/pubblicazioni/bibliofilia-e-bibliomania 

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domenica 12 gennaio 2020

Ponte romano di Scigliano

Cari amici, 

a pochi km da Cosenza e immerso lungo il corso del Savuto in Valle Pomice, è possibile visitare il Ponte romano di Scigliano risalente al II sec. a.C e facente parte della via romana Annia-Popilia. Unico punto dolente i numerosi cacciatori, armati di fucile, che hanno ‘stonato’ la nostra visita. Basta caccia! Godetevi la natura!

ps: secondo lo studioso Vincenzo Spanò, autore del libro: La Via Annia-Popilia in Calabria, edito da Laruffa Editore, il ponte romano denominato di Sant'Angelo o di Annibale avrebbe fattura medievale o alto medievale e a tale periodo andrebbe ascritto, così come il ponte Tabularia situato poco distante. 






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martedì 7 gennaio 2020

Ruderi Torre di Pellaro

Cari amici, 
dopo mesi di ricerche finalmente ho individuato quel che rimane dei ruderi della cosiddetta Torre di Pellaro. Una struttura a base quadrangolare risalente al XVI sec. e utilizzata come torre d'avvistamento (oggi all'interno è stata collocata la carcassa di un'automobile). Interessante il riferimento sulle carte IGM 25.000 dell'IGM, pochissime altre informazioni. Se qualcuno ne sa di più mi contatti.





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domenica 5 gennaio 2020

Monastero Basiliano di San Filippo Jiriti

Cari amici, 
nella mia camminata di oggi mi sono voluto spingere sino a San Filippo dove sono ancora visibili i ruderi della piccola chiesa annessa al monastero Basiliano intitolato a San Filippo d'Argirò probabilmente databile tra il X e il XII sec. E' ad oggi visibile parte del presbiterio dove è apprezzabile un frammento dell'altare (?) o forse una fonte battesimale. Il tetto, purtroppo, è totalmente crollato - ma sarebbe rimasto ben poco della copertura originaria - così come gran parte delle strutture annesse. Di fronte all'apertura d'ingresso della chiesetta è visibile un frammento di muro di cinta e parte di una colonna che con ogni probabilità è quello che resta di un portale d'ingresso appartenente all'antico monastero. Sulla colonna era sino a qualche anno fa collocato uno 'stemma' (font. locale) che sembra essere stato asportato abusivamente. La chiesetta è rimasta funzionante per i primi decenni del '900 (anni '30 - font. locale), così che molti anziani del paese vi hanno celebrato le proprie nozze. Successivamente la chiesetta è stata totalmente abbandonata e prima dell'edificazione della nuova struttura, è stata collocata, poco distante, all'interno di un edificio poi convertito in frantoio. Adiacente un enorme ulivo che vista l'ampiezza  della circonferenza del tronco è di età compresa tra gli 800 e i 1000 anni, facente parte di un filare di alberi secolari, con ogni probabilità piantata dai monaci stessi.  
Una nota interessante è che sulle cartine IGM 25.000 dell'IGM non viene segnalata la presenza di alcun rudere e non ne viene nemmeno riportato il toponimo. 








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AGGIORNAMENTO 04 GENNAIO 2020

In un successivo sopralluogo è stato possibile apprezzare la presenza di una nicchia con arco in mattoni, probabilmente facente parte del complesso monastico, oggi annessa ad una aria semi-recintata adibita a porcilaia. 




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IL RAGNO

Un prato di narcisi
ne colgo uno,
lo porto al naso
per inebriarmi di profumo;
mi specchio
nell’acqua di uno stagno
e mi accorgo solo adesso
che sullo stelo c’è un grosso ragno.

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Santo Niceto
04 Gennaio 2020

sabato 4 gennaio 2020

S. Maria Annunziata di Santo Niceto. Tardo XI sec.

Possiamo affermare che Umberto '82 è un coglione o non è 'politicamente corretto'?

dal libro: 'Santo Niceto: la storia e il restauro' di Francesca Martorano

"È la famosa chiesa a navata unica con unica abside emergente posta ai piedi del castello di Santo Niceto, crollata in seguito all’alluvione del 1951. Un secolo fa l’edificio era in piedi e fu studiato e descritto da Antonio De Lorenzo. L’utilizzazione a palmento ne aveva garantita la conservazione. Era largo otto e lungo circa diciotto metri, con l’ingresso, ancora visibile, praticato sul lato occidentale. Nell’abside capovolta, che giace spezzata in due tronconi, Minuto individuò i resti di una Deisis, oggi quasi del tutto cancellata. In uno dei due settori del catino si scorge al centro l’immagine del Cristo, affiancata a destra dalla Vergine, nel secondo brano di struttura è invece l’immagine di S. Giovanni Battista. La Deesis rappresenta una solenne preghiera di propiziazione, rivolta dalla Madonna e da San Giovanni precursore di Cristo." 



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venerdì 3 gennaio 2020

Convento dei Cappuccini di Fiumara

Cari amici, 
oggi per cominciare bene l'anno, abbiamo deciso di andare a visitare l'oramai abbandonato Convento dei Cappuccini situato a Fiumara. Il convento, dove si insediò la confraternita di Sant'Antonio da Padova, venne eretto nel 1533. Nel corso dei secoli, diversi furono gli abbandoni ed i reinsediamenti da parte dei frati, fino a quando il terremoto del 1908 ne causò in parte il crollo. Rapidamente ricostruito, già l'anno successivo fu inaugurato dall'Arcivescovo Rinaldo Camillo Rousset. I religiosi rimasero nel convento sino al 1947 per poi abbandonarlo definitivamente. Nel 1953 furono ospitate alcune famiglie sfollate da Africo in seguito alla disastrosa alluvione che colpì il paese. Dal 1974 al 1997 il chiostro fu adibito a casa dell'Ospitalità per essere successivamente e definitivamente abbandonato. Oggi si presenta vastamente devastato da ripetuti atti vandalici, il primo piano completamente distrutto probabilmente da un'incendio che è stato causa del crollo dell'intera copertura. Delle cucine, dei bagni e degli alloggi non rimane molto; i numerosi affreschi sono in parte ancora visibili anche se alcuni, a causa del crollo dell'intonato, non sono più riconoscibili. Un altro bene che verrà perduto definitivamente e di cui a breve rimarrà solo un ricordo.













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